David di Donatello 2026, il cinema italiano ritrova anima, politica e provincia

Di Georgia Ambrosoli

Per una sera il cinema italiano ha smesso di rincorrere la perfezione ed è tornato a sembrare vivo. La 71ª edizione dei David di Donatello, andata in scena nel nuovo Teatro 23 di Cinecittà tra luci impeccabili, grandi abiti e standing ovation, ha avuto qualcosa di diverso dalle ultime stagioni: meno costruzione, meno patina, più emozione vera.

A sorprendere tutti è stato soprattutto il trionfo di Le città di pianura di Francesco Sossai, che ha conquistato otto David e si è preso la scena con un racconto poetico, storto e malinconico della provincia italiana. Un film piccolo solo in apparenza, che alla fine ha travolto persino i grandi favoriti della vigilia.

La vera notizia della notte, infatti, è stata anche la clamorosa caduta de La Grazia. Quattordici candidature, zero premi. Un silenzio quasi irreale intorno al film di Paolo Sorrentino, che fino a poche ore prima sembrava destinato a dominare la serata.

Ma questi David non sono stati soltanto una questione di cinema. Sono stati il ritratto di un ambiente che sta cercando di capire cosa vuole diventare. Fuori dagli studi di Cinecittà protestavano lavoratori e maestranze, dentro il palco si parlava continuamente di crisi, identità culturale e responsabilità artistica. E improvvisamente i discorsi degli attori sono sembrati molto meno rituali del solito.

Matilda De Angelis, premiata per Fuori di Mario Martone, ha parlato di un cinema “onesto, politico e sociale” e ha definito l’amore “un atto politico”. Lino Musella ha ribadito dal palco il suo “Palestina libera”. Matthew Modine ha ricordato che “non c’è Italia senza cinema”. Parole che, nel bene o nel male, hanno dato alla serata un tono molto più acceso e contemporaneo rispetto alle classiche cerimonie da red carpet.

E poi ci sono stati i momenti che il cinema italiano sa ancora regalare quando smette di avere paura dell’emozione. La standing ovation per Gianni Amelio, il Premio Speciale a Vittorio Storaro, l’applauso infinito per Aurora Quattrocchi, 83 anni, premiata come miglior attrice protagonista per Gioia Mia, che dal palco ha lanciato una stoccata nostalgica e lucidissima contro “le salette micragnose” dove ormai si guarda il cinema.

In mezzo a tutto questo, l’eleganza impeccabile firmata Giorgio Armani sembrava quasi il contorno di qualcosa di più profondo. Perché questi David hanno premiato soprattutto le piccole storie, la provincia, le fragilità, i film meno gridati e più umani.

Ed è forse questo il segnale più interessante. In un momento in cui tutto sembra dover essere gigantesco, veloce e perfettamente confezionato, il cinema italiano ha deciso di ripartire dalle crepe. E, sorprendentemente, da lì è riuscito a brillare davvero.