Caso Beatrice: quando la pena sembra non bastare

Di Georgia Ambrosoli

Il trasferimento dell’uomo accusato di aver inflitto indicibili sofferenze alla piccola Beatrice, deciso dopo le minacce ricevute da altri detenuti, ha riportato al centro dell’attenzione una questione che da sempre divide l’opinione pubblica: qual è il vero significato della pena?

Da studentessa di giurisprudenza so bene che uno Stato di diritto si misura anche dalla capacità di garantire l’incolumità di chi ha commesso i crimini più atroci. La pena non può trasformarsi in vendetta e il detenuto conserva diritti che devono essere rispettati. È questo che distingue la giustizia dall’arbitrio.

Eppure, davanti a una tragedia come quella che ha colpito una bambina di appena due anni, è difficile mettere a tacere la componente più umana ed emotiva. Per quanto la legge imponga una risposta razionale, resta la sensazione che nessuna pena detentiva possa apparire davvero proporzionata a un male tanto estremo.

Forse è proprio qui che nasce il disagio di molti cittadini. Da una parte c’è un ordinamento che giustamente tutela il reo; dall’altra c’è una comunità che fatica a riconoscere nella sola detenzione una risposta adeguata alla sofferenza della vittima e della sua famiglia.

Non sostengo che la violenza possa sostituire la giustizia. Tuttavia non posso fare a meno di chiedermi se il nostro sistema riesca ancora a soddisfare anche la funzione retributiva della pena o se, in casi come questo, finisca inevitabilmente per apparire insufficiente agli occhi della collettività.

Forse la domanda più scomoda è proprio questa: fino a che punto una pena può dirsi giusta quando continua a essere percepita da molti come incapace di restituire un senso di giustizia proporzionato alla gravità del male commesso?